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"Ma se ghe penso", canzone degli emigranti, Coro "Monte Bianco" di Genova. |
CITTA' DI GENOVA |
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SITI ISTITUZIONALI
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SOMMARIO |
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I capolavori di Strada Nuova A Genova Palazzo Rosso (con i van Dyck e altre grandi opere),
Palazzo Bianco e Palazzo Tursi
Correva l'anno 1625. A Genova una giovane dama che tutti chiamavano Paolina (era Paola Adorno, figlia di Giovanni Battista) andava in sposa ad Anton Giulio Brignole, il primogenito di quel Gio. Francesco Brignole a tutti noto allora per una raffinata cultura umanistica, maturata in gioventù a Firenze e poi sempre alimentata delle colte presenze di letterari e di musicisti nei salotti di casa. La loro unione, consumata nei brevi anni trascorsi prima della morte della giovane (avvenuta a meno di 40 anni nel 1648), si svolse nell'agio di un'ingente eredità pervenuta ad Anton Giulio. Il nonno Giulio Sale, privo di eredi maschi con il suo cognome, volle mantenere in vita il nome della casata e decise di lasciare ogni suo bene al nipote Anton Giulio, che, all'età di un anno (1606), acquisì un ingente patrimonio insieme al doppio cognome Brignole-Sale. Anton Giulio e Paolina abitarono il palazzo dei Sale sulla collina di Castello, nel cuore del più antico nucleo della città vecchia, vicino al convento dei domenicani. Un paio d'anni prima del loro matrimonio, il padre di Anton Giulio aveva comprato tre piccoli isolati in fondo a Strada Nuova (l'attuale via Garibaldi), nei pressi del giardino del convento di San Francesco, ma quello che sarà il futuro Palazzo Rosso - lì eretto solo a partire dal 1671 - non era ancora nella mente della famiglia committente. A Genova si trovava il più celebre ritrattista che l'Europa poteva vantare in quel momento: Anton van Dyck, il migliore allievo di Rubens, che, poco più che ventenne, fu accolto negli ambienti aristocratici della Superba con un entusiasmo tale che a fatica riuscì, tra una commissione e l'altra, a intraprendere quei viaggi per la Penisola cui ogni artista nordico ambiva «per vedere e per imparare».
Fra il mese di gennaio e il mese di giugno del 1627 dobbiamo immaginare il suo cavalletto e il suo atelier allestito in uno degli ambienti del palazzo di Castello: stavano posando per lui Paolina e Anton Giulio, anche se per quest'ultimo fu necessario appuntare solo le intense espressioni del viso, giacché sarà frutto della sua immaginazione (e della sua cultura figurativa) quel cavallo bianco su cui incede verso di noi. La fierezza di Anton Giulio - che si percepisce nell'ammirare questo capolavoro oggi esposto nelle sale di Palazzo Rosso (la dimora che fecero erigere i due figli di Paolina e Anton Giulio a partire dal 1671) - era ben presto destinata a svanire. Alla caducità della vita il caso vuole che alludesse la rosa che proprio Paolina, poco più che diciottenne, regge nel suo ritratto. Dopo la morte della moglie, Anton Giulio depose la dignità senatoriale da poco raggiunta, indossò le umili vesti di prete dei Missionari Urbani e si ritirò. continuando a coltivare la propria stimata attività di poeta e letterato. Per i figli Ridolfo Maria e Gio. Francesco, educati all'insegna di una cultura raffinata e cresciuti nell'amore per le arti, era venuto il momento di valorizzare quegli immobili modesti acquistati dal nonno paterno nel 1623 nell'elegante "salotto" aristocratico di Strada Nuova. Aperta alla metà del Cinquecento, quella strada vantava dimore tra le più belle in città. Il palazzo dei Brignole-Sale, il cui colore della facciata gli conferì il nome di Palazzo Rosso con cui è noto ancor oggi, non fu da meno rispetto agli edifici vicini e a importanza di decorazione. Gio. Francesco Brignole-Sale, rimasto unico proprietario per la prematura morte del fratello, volle abitare il secondo piano nobile e vi allestì la ricca quadreria di famiglia: quella che costituisce il nucleo di avvio della plurisecolare vicenda di raffinato col1ezionismo che le sale di Palazzo Rosso offrono al visitatore di oggi. Fortunate vicende ereditarie hanno infatti consentito che siano ancora insieme, oltre ai ritratti di van Dyck, altre opere commissionate, acquistate o ereditate dai vari membri della famiglia: un Ritratto virile di Dürer, una Sacra Famiglia di Andrea del Sarto, una Giuditta di Veronese, una Cleopatra del Guercino, una serie di Apostoli di Giulio Cesare Procaccini, una Cuoca di Bernardo Strozzi, un Viaggio di Abramo del Grechetto. Ma non sta solo in questa aura di storia e di collezionismo la singolarità di un museo come quello di Palazzo Rosso. Se ne può cogliere ancora il fascino di aristocratica dimora per la ricchezza della decorazione interna, setting scenografico e sontuoso, allora come ora, per una ricca quadreria. Si susseguono opere maestre dei più noti frescanti genovesi dalla fine del Seicento alla metà dèl Settecento, tra cui i celeberrimi salotti contigui con le Stagioni negli affreschi e stucchi dorati di Gregorio De Ferrari e Domenico Piola. La casata Brignole-Sale si estinse con Maria Brignole-Sale, duchessa di Galliera, che nel 1874 donò alla città il Palazzo Rosso con i quadri e la biblioteca. Nel 1884 donò anche l'edificio posto di fronte, noto come Palazzo Bianco, acquisito dalla famiglia e fatto ricostruire tra il 1711 e 1714. Nelle volontà della duchessa il Palazzo Bianco avrebbe dovuto ospitare una "pubblica Galleria" e così fu: il visitatore può oggi percorrere, oltre alle venti sale del percorso concepito dal ben noto intervento museografico di Franco Albini nel dopoguerra, altre 26 sale frutto degli ampliamenti del 2004, che inoltre lo hanno collegato direttamente a Palazzo Tursi. Quest'ultimo, già dimora cinquecentesca di Nicolò Grimaldi e oggi sede del Municipio di Genova, ha aperto al pubblico parte degli spazi di rappresentanza, oltre alla sala che ospita il celebre "Cannone" suonato da Nicolò Paganini, e a nuovi ambienti con altre opere delle Collezioni Civiche (maioliche, porcellane, monete, tessuti). Palazzo Tursi chiude il nuovo circuito di visita dei Musei di Strada Nuova aperto con Palazzo Rosso. E proprio Palazzo Rosso ha festeggiato, il 30 settembre, la fine di un grande cantiere che lo ha dotato di nuovi spazi visitabili (in particolare nel corpo di fabbrica di Ponente noto. come "Dipendenze"). Non vi è amatore d'arte che, trovandosi a Genova, in passato non si sia ritagliato un paio d'ore per visitare la celebre dimora-museo dei Bngnole-Sale in Palazzo Rosso. Ora un paio d'ore non basta più per i Musei di Strada Nuova, neppure al più frettoloso turista. TESTO DA "IL SOLE 24 ORE"
Quella Cuoca verista dell' «eretico» Strozzi di Anna Orlando A Genova, nel 1625, il pittore Bernardo Strozzi era davvero nei guai, sotto processo, accusato dal tribunale Arcivescovile di Genova di esercizio illecito dell'arte della pittura: «contra decorem dignitatis sacerdotalis exercuit et exercet artem pictoris, imagines ac picturas tam prophanas quam non».
Da pochi mesi doveva essere stesa licenziata la Cuoca che campeggia oggi nelle sale di Palazzo Rosso, indiscusso capo d'opera del maestro genovese, summa della sua cultura figurativa di evidente ascendenza nordica, miscelata a quel gusto sincero di uno strano naturalismo. Nell'ampio spazio della tela (cm 176 x 185) s'impone a noi il ritratto di una serva, intenta a un umile lavoro domestico. Circondata da volatili e cacciagione sta spennando una grande anatra. Ci guarda, come sorpresa dallo scatto inaspettato di un'istantanea, e nel suo sorriso poco convinto manifesta quel poco di dignità per il lavoro che la fatica le ha lasciato. Il vezzo di indossare un girocollo di corallo, allora non così prezioso né raro come oggi, le conferisce quell'umanità che l'ha resa il soggetto più noto di tutta la pittura genovese. Sarà vero che lo Strozzi vi ha voluto inscenare un'allegoria degli elementi? L'Aria, rappresentata dai volatili, il Fuoco, che arde nel camino, l'Acqua, cui richiama la bella stagnara d'argento (oggetto da parata, in realtà, maldestramente capitato in cucina, forse per ricordare che di una cucina aristocratica pur sempre si tratta). Una lettura forse un po' forzata di questo brano di quotidianità; interpretazione che sarebbe forse valsa al pittore in propria difesa durante il processo: come a dire che il tema, celando una complessa allegoria, sarebbe tutt'altro che "volgare". Ci piace piuttosto recuperare tutta la "volgarità" di questa pagina di verismo che solo dalla genialità di un artista, nell'ardere (e nell'ardire) di una città che non a caso ricordano come la Superba, poteva nascere nell'anno 1625, o giù di lì. Nell'immagine: «La Cuoca», B. Strozzi, 1625 circa, Palazzo Rosso. TESTO DA "IL SOLE 24 ORE" |